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Luigi Stifani, il barbiere col violino che curava le tarantate

Luigi Stifani, il barbiere col violino che curava le tarantate

Luigi Stifani, detto maestro Gigi (mesciu Gigi, in dialetto salentino; Nardò, 1914 – 2000), è stato un violinista italiano.

Di professione barbiere, grazie ai virtuosismi del suo strumento e ai moduli musicali da lui stesso inventati, ha condotto, nel corso della sua vita, innumerevoli esorcismi su donne tarantate. È stato anche un abile suonatore di mandolino e chitarra. Il maestro Gigi (con la sua orchestrina composta da suonatori esperti di rituali di tarantismo, tra cui la suonatrice di tamburello, Tora Marzo e il suonatore di organetto Pasquale Zizzari) oltre a curare molte tarantate con il "pizzico" del suo violino, ha annotato su una rubrica tutti i casi di tarantismo che gli si sono presentati (29 dal 1928 al 1972), inventando, inoltre, un suo originale e istintivo sistema di notazione fatto di sillabe e numeri.

Il maestro Luigi Stifani è considerato uno dei più importanti violinisti terapeuti dei rituali legati al tarantismo salentino, fenomeno tra i più rilevanti della demo-antropologia italiana. Maestro Gigi ha "musicato" le tarantate fin da giovane. Le ha curate col "pizzico" del violino, che a suo dire ritocca il veleno che si poggia sullo stomaco. Quando le tarantate ricevono questo suono si incominciano ad eccitare rovesciando il giallo del veleno che è nello stomaco.

 

 

Stifani accompagnò Ernesto De Martino in occasione della sua ricerca sul tarantismo negli anni cinquanta, introducendolo ai simbolismi di una tradizione che trovò spazio in uno dei saggi fondamentali dell'antropologia italiana, La terra del rimorso. D'altro canto, lo stesso libro conferì notorietà anche a Mesciu Gigi che, a differenza di altri importanti e coevi musicisti terapeuti, mantenne ampie relazioni con il mondo degli studiosi accademici e non, e fino alla scomparsa, la sua bottega di barbiere è stata meta di un'inesauribile sequenza di amici, studiosi e curiosi. Tra gli studiosi più assidui c'era Ruggiero Inchingolo, allora studente al DAMS di Bologna, che dopo alcuni anni di studio sulla musica, sulla tecnica violinistica e sul contesto musicale di Mesciu Gigi, nonché attraverso un'esperienza di incontro umano tra musicisti, si laureò nel 1989 con la tesi Biografia di un suonatore popolare: Luigi Stifani di Nardò.

In cinquant'anni di attività pseudo-sciamanica, in un'area d'influenza circoscritta tra Nardò e il suo circondario, il maestro Luigi Stifani dice di aver curato molte tarantate, le cui storie ha trascritto in un diario privato, che egli stesso ha intitolato Elenco del tarantolismo - Biografie delle tarantolate di Nardò e della provincia e fuori provincia.

 

 

Nel volume Io al Santo ci credo (2000) è raccolto il diario manoscritto delle esperienze di Stifani. Sandro Portelli, autore dell'introduzione, racconta di aver ricevuto il diario dalle mani di Luigi Stifani agli inizi degli anni ottanta. Allora, il maestro glielo aveva consegnato con l'impegno da parte del ricevente di non renderlo pubblico, se non dietro sua personale autorizzazione. Nel 1998, dopo una serie di incontri, avvenuti nella sua casa al mare in Santa Maria al Bagno, il maestro Luigi Stifani diede il consesso alla divulgazione. Si tratta di una scrittura in forma di dialetto italianizzato, in cui trovano spazio 29 biografie di persone tarantate a Nardò e nei paesi limitrofi.

Stifani ha continuato a suonare anche dopo il 1972, anno che corrisponde all'ultimo caso di tarantismo da lui registrato, ma a suo dire si è sempre trattato di tarantolate blande, cioè di persone "pizzicate" da tarantole con un veleno non molto forte.

 

 

Il repertorio dei musicisti terapeutici era diversificato perché si pensava che il mitico ragno (il cui morso provocava lo stato di malessere da cui si usciva mediante la terapia coreutico-musicale) potesse avere differenti personalità, (tarante ballerine, canterine, libertine ma anche “tristi e mute”, associate a stati d'animo depressi) e pertanto lo stimolo al ballo era offerto da una rosa di brani, tra i quali era scelto il più efficace.

Mesciu Gigi dava ai brani diversi nomi, a seconda del loro "carattere": "Pizzica indiavolata" in La maggiore o tarantella neretina, "Pizzica indiavolata" in Sol maggiore, "Pizzica sorda" in Sol maggiore (o "Tarantata sorda", da usare nei casi particolarmente inerti), "Pizzica minore" generalmente in Re minore, "Pizzica in Re maggiore".

Dal 2000, anno della scomparsa del musicista, si tiene un memorial in suo onore, sotto il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Nardò, realizzato con il contributo spontaneo di musicisti e ricercatori.

Il taccuino di biografie e trascrizioni musicali di Luigi Stifani è un testo affascinante sia per le storie che racconta, e le musiche che fissa su carta, sia per la posizione che occupa sul piano della cultura.

Stifani infatti viene dal cuore stesso della cultura orale. Impara i mestieri (la musica, il taglio dei capelli) rubandoli con gli occhi, non attraverso un’istruzione normale, pratica forme musicali e terapeutiche con una lunghissima storia passata quasi interamente fuori della scrittura attraverso le generazioni del Salento rurale.

Ma si assume il compito di razionalizzare questa eredità culturale: non si limita a praticarla, ma riflette su di essa e costruisce non solo pratiche, ma teorie e interpretazoni. Queste possono essere attendibili o meno, ma esprimono comunque una cultura popolare che non è solo materia spontanea di osservazione dall’esterno, ma anche capace di osservarsi e riflettere su se stessa. Quando è chiamato a curare un caso di tarantismo, Stifani non si limita a suonare, ma prima guarda, studia, diagnostica, non è solo esecutore ma anche progettista del disegno terapeutico. “Ogni tarantolata” scrive “devi trovare il suono che li va. E, prima ancora, devi decidere se è davvero tarantolismo o non è, come dicono i dott., listerismo, o il nervoso”, cosa che fa in base a competenze e segreti professionali accumulati, come un vero clinico, nel corso degli anni.

E d’altra parte, come mostra il suo rapporto con Ernesto de Martino e Diego Carpitella, Stifani funge anche da essenziale mediatore fra punto di vista interno e osservazione esterna, e impara a definirsi anche attraverso questa esperienza. Il termine “informatore” con cui si firma in alcune delle biografie, per esempio, proviene direttamente dal suo contatto con il mondo della ricerca. In altri termini: Luigi Stifani è sia un artista (un musicista), sia, a pieno titolo anche se in modo diverso, un intellettuale in grado di confrontarsi alla pari con il medico che prima vuole mandarlo “in galera” e poi gli chiede scusa, e con l’università e il mondo della ricerca.

Come ci racconta, Stifani si addestra a suonare il mandolino usando il proprio braccio destro come se fosse il manico dello strumento, e diteggiandosi sopra gli accordi. È una metafora notevole del rapporto che fin dall’inizio collega la sua musica con il corpo: lo strumento è un estensione del braccio, e i movimenti del corpo nella danza sono un’estensione dello strumento che mette ordine negli impulsi incontrollati della crisi. E allora, se le sue scritture (biografica e musicale) sono mediazioni che mettono in comunicazione la scrittura e il suono, la sua musica è una mediazione che mette in comunicazione il suono con il corpo e il corpo con se stesso.

 

 

La figura ricorrente nelle sue “biografie”, quella per cui il tarantato diventa l’animale che l’ha morso – diventa biscia, diventa ragno, finché non ha la grazia di san Paolo – colloca infine tutto il fenomeno di cui è testimone e interprete su un’altra soglia: tra l’umano e il non umano e il non umano, l’animale da un lato, il divino dall’altro, il “sacro” su entrambi i versanti.



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