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La tradizione del Carnevale Irpino: la Zeza

La tradizione del Carnevale Irpino: la Zeza

Un posto importante tra le attività carnevalesche spetta alla Zeza, l’antichissima rappresentazione popolare elaborata e fatta propria dal popolo irpino con il titolo di Canzone di Zeza, che viene rappresentata nelle vie da gruppi misti di solofrani e montoresi. È un vero pezzo di teatro popolare cantato ed accompagnato da strumenti come le nacchere, i triccheballacche, i tamburelli, ma anche dal ritmo del trombone, della chitarra e del clarino e spesso anche della grancassa, che vide probabilmente la luce nella seconda metà del Seicento.

Zeza (oggi anche appellativo napoletano per indicare una donna "civettuola")era originariamente un nome proprio: il diminutivo di Lucrezia (moglie di Pulcinella nella commedia dell'arte).

Da Napoli si diffuse presto nelle campagne adiacenti, con caratteri sempre più diversificati nelle altre regioni del Regno. Almeno fino alla metà dell'Ottocento la Zeza veniva rappresentata nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie e nelle piazze. La sua sparizione dalle piazze e dalle strade di Napoli, dove aveva preso vita, era stata determinata dai divieti ufficiali emanati nella seconda metà dell'Ottocento, infatti essa era stata proibita dalla polizia “per le mordaci allusioni e per i detti troppo licenziosi ed osceni”. A causa di questi divieti, la canzone di Zeza si spostò più nell'entroterra, dove è sopravvissuta fino ad oggi.

https://youtu.be/PkgXP1YZeuM

I protagonisti sono quattro: Zeza, la madre, una popolana che ha come preoccupazione principale quella di far “accasare” la figlia e di farlo all’insaputa del marito. La donna, quando non c’è il marito, riceve in casa l’innamorato della figlia, Vincinzella, un buon partito, un avvocato, Si' Ronnicola.

Il marito di Zeza è Tate, un uomo gretto, chiuso in una falsa mentalità puritana, che tiene la figlia in casa. Costui, ritornando a casa all’improvviso, scopre i due innamorati, allora si abbandona ad una sceneggiata minacciando di uccidere il giovane, ma alla fine si arrende e dà il consenso alle nozze, solo, però, dopo aver riscosso dei soldi. Resta così il dubbio se sia stata tutta una messa in scena quella dei due, per ricavare un guadagno prima del consenso al matrimonio.

Tutta la rappresentazione era condotta da soli uomini poiché alle donne non era permessa l’esposizione al pubblico. C’è un capozeza che guida la rappresentazione a mo’ di regista, mantiene rapporti con il pubblico e dà inizio, alla fine, alla sfrenata tarantella che completa la rappresentazione.

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I personaggi della Zeza napoletana sono gli stessi della Zeza di Solofra per la diretta dipendenza dell’una dall’altra con poche varianti.

La Zeza di Solofra è quella che si rappresenta in tutta la valle del Solofrana, da San Severino in su, e si chiama Zeza Zeza, anzi spesso erano gruppi di montoresi che si univano ai solofrani nel corteo carnevalesco. Nel testo solofrano è però un elemento che non si trova nelle altre rappresentazioni. In entrambe Pulcinella si convince a concedere in sposa la figlia solo dietro le minacce, mentre il Pulcinella solofrano riceve dal genero un capace portafoglio. Questo "elemento solofrano", che risponde alla realtà economica del paese per la quale il denaro risolve tutti i problemi, ha il valore di una firma.

In Irpinia la Zeza ha preso il nome di Canzone di Zeza subendo vari mutamenti. Quelle famose di Bellizzi e di Cesinali che sono le più vicine geograficamente hanno discordanze evidenti dalla presenza del coro, al numero dei personaggi, ai loro nomi (la ragazza, per esempio, si chiama Porzia), al giovane Zinobio (che è anche dottore e cura la ferita a Pulcinella), al finale.

Evidenti concordanze si trovano invece nelle Zeze di alcuni centri della pianura come la Zeza di S. Potito in provincia di Salerno e quella di Galluccio in provincia di Caserta. I nomi dei personaggi sono gli stessi con qualche piccola variante.

Tra i personaggi spicca la figura di Pulcinella, un padre patriarcale caratteristico della tradizione meridionale, che si pone come retto difensore dell' “onore” della figlia.

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Contro di lui c’è Zeza, la moglie, a cui è demandata la cura della figlia. È lei che segue il crescere la ragazza e che si avvede che ormai è in età da marito. La sua preoccupazione di accasare bene la figlia è espressione di una mentalità caratteristica, che vede nel matrimonio la "sola sistemazione" per una ragazza. Zeza è una popolana scaltra, ma anche ruffiana, che risolve i problemi, anche economici, in modo, sembra, non sempre pulito. La superficiale moralità della donna è confermata da un’altra sua espressione, quando, volta al marito, che non vuole far uscire la figlia, ella dice ’a voglio fa’ scialane e cu ciento ’nammurati, cu principi, baruni e cull’abati, ’nziemme cu e surdati. È vero che ella sta in opposizione al marito e, quindi, in questa ottica si potrebbe spiegare la frase, anche tenendo presente, che espressioni iperboliche non sono rare, quando si vuol creare il contrasto. Ad un marito eccessivamente retrograde si oppone una moglie esattamente l’opposto.

Sulla personalità dei due, specie nella farsa solofrana, cala un altro dubbio e cioè che entrambi abbiano messo in scena l’alterco per costringere don Nicola, il buon partito, a sposare la figlia, a pagare ben bene Pulcinella e a tenere in casa i due suoceri. Il dubbio non si dissipa, sia pensando al carattere di Zeza, che tende ad uscire con un guadagno da ogni situazione, sia considerando il generale atteggiamento di Pulcinella dinanzi al denaro e alla prospettiva di n vitto assicvurato per tutta la vita. L’ipotesi della messa in scena viene avvalorata anche considerando la resa di Pulcinella. Nella Zeza solofrana l’uomo si arrende solo quando il giovane gli consegna un capace portafoglio. Nella altre Zeze è diverso il motivo di quella resa e cioè la paura del fucile che prende il giovane o la schioppettata tra le gambe o addirittura il ferimento (ma anche qui il dubbio del complotto non si scioglie). Considerando ancora la situazione della famiglia il complotto appare possibile: hanno la pigione arretrata, Vincenzella è senza dote, imparentarsi con un dottore significa risolvere tutti i problemi economici.

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Il terzo elemento di questa famiglia è la figlia, Vincinzella, che nella versione solofrana è solo una bella ed onesta ragazza innamorata. Un’ombra su di lei appare quando afferma che per non stare dinanzi al padre ella se ne fuggirebbe coll’innamorato, ma l’affermazione è giustificata dalla situazione in cui si trova la ragazza col padre ciecamente geloso di lei. La stessa spiegazione vale per le altre Vincinzelle (o Porzie) che sembrano però più desiderose di accasarsi e trovare un buon marito che fuggire dal padre.

Per le ragazze del sud, e non solo nei tempi passati, sposarsi significava uscire dalla schiavitù di genitori troppo possessivi, come trovare un mestiere, e, quindi, l’indipendenza. Ecco spiegata l’affannosa ricerca del buon partito. Però dalla dipendenza dal genitore la povera ragazza sarebbe passata a quella dal marito e, dopo i primi momenti, si sarebbe trovata nella stessa situazione di scontro della madre col padre.

Mentre sembra allora che alla fine della Zeza si concluda un contrasto tra Pulcinella e Don Nicola-Vincinzella con la resa di Pulcinella, invece se ne apre un altro in cui Pulcinella ha sempre contro Don Nicola, ma questa volta con Vincinzella. La resa di Pulcinella in effetti non è tale, poiché c’è una nascosta vittoria del popolano napoletano sul Dottore in legge che si vedrà esplodere nelle Zingarelle.

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Nella logica dei mondo alla rovescia, di cui è espressione il Carnevale, il mondo popolare, con l’unica ricchezza gratuita che possiede, la bellezza delle sue giovani, vince sull’altro mondo, lo attira, lo sfrutta e ne trae profitto. Il sogno popolare può realizzarsi nei magici giorni di Carnevale.

Anche da questa via si può vedere il contrasto di Zeza contro Pulcinella e Zeza-Vincinzella contro Pulcinella solo apparente, cioè frutto di una finzione. Il vero contrasto è con Don Nicola ed esploderà a matrimonio avvenuto, come fa intravedere la Zeza di San Potito.

https://youtu.be/usQtsASCfbw



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