“È uno che non sai mai da dove viene, non saprai mai dove va. Si muove come le nuvole”.
Questa definizione mi perseguita da anni, ma è ciò che meglio di altro riassume la mia biografia. Il mio continuo girovagare per lavoro è sia mentale che culturale e la stessa, identica definizione vale per la musica in generale e per la mia in particolare.
Ascolto tutto, ho occhi e orecchie per tutto. A Milano nel 1967 all’improvviso in Via Solferino noto un ragazzo: geniale, pazzesco. Scopro che era un compagno di corso di Segovia, diventato barbone per amore. Aveva la musica nel sangue. Non posso definirmi un ricercatore, sono un empatico, sono un observateur nel senso francese del termine. In giro intuisco e colgo tutto quello che avviene, entro in contatto con i sentimenti del reale, con i sentimenti dell’uomo, esternamente e internamente.
Ma partiamo nel mio viaggio personale da Tricarico e proviamo a tracciare le sonorità e i valori che ho conosciuto in questa terra di magia.
Mia nonna mi ha sempre parlato di una magia, di angeli, di cielo, mi ha sempre regalato visioni. Il mio primo disco si intitola “Paesaggi sonori”. Utilizzo nelle varie composizioni presenti nel disco strumenti come campanelli, i vomeri dei fabbri, le caldaie… Ho sempre cercato di costruire una frequenza, una qualità timbrica che richiamasse l’essenziale, i rumori veri, i rumori fuori e dentro la scena. Nessuna retorica in questo. Da sempre, sin da bambino sono andato alla ricerca delle scale armoniche e di quelle inarmoniche. Tutto è uno, uno è tutto. Ho trovato nella mia infanzia materiali, suoni e testi unici, veri, reali.
Uno degli strumenti che più ho utilizzato è ad esempio la zampogna. Come ben saprete la zampogna è uno strumento che si suona dappertutto, ma è tipica del sud. La sua caratteristica risiede in una sorta di gioco modale: su un solo tono si articola l’intera melodia. Si crea all’improvviso un movimento raro, unico. Il suono è vibrazione, vibrazione della materia stessa. I campi magnetici della terra provocano dei suoni e Tricarico è stato il mio primo suono. Il suono è la sostanza della materia. Tricarico mi ha fatto conoscere diversi colori e mi ha messo subito di fronte ad un interrogativo: ne uso uno solo o tutti quelli che ho a disposizione? La musica è un gioco di passaggi e di frequenze che vanno dall’alto verso il basso e dal basso verso l'alto. Una danza tra i diversi suoni, i diversi colori e i diversi materiali da cui nascono altri suoni e colori. Tutto da origine alla luce, questo gioco di passaggi, dalla danza al movimento suono-colore. Una delle discipline che più si interessa a questo è quella del tarantismo, l’esplorazione del morso della taranta attraverso il colore. Suono e colore rappresentano l’esperienza stessa del tarantismo.
Tricarico per me rappresenta l’infanzia, il contatto con le cose, la conoscenza. C’erano delle nenie, delle filastrocche, delle cantilene mai fini a se stesse, mai monotone. Suoni puri, numerazioni precise, strutture: vere e proprie terapie, rituali. Non c’è soltanto il tarantismo.
La musica prima di chiamarsi musica veniva chiamata katarsi, purificazione, guarigione. Questo vale per tutti i tipi di musica. Tutto è legato, il vecchio e il nuovo non esiste, sono due categorie spesso inesistenti. Tutto esiste. Siamo continuamente alla ricerca di immaterialità e materialità. Da sempre studio partendo dalle cose che esistono, dalle cose che vedo. Non si parte mai dall’ignoto. C’è sempre una base, esiste la cosa in sé e la qualità della cosa in sé.
Il senso delle cose va colto fino in fondo, l’archè va scoperto, intuito, studiato e trovato in ogni cosa e in ogni dove.
Tricarico è stato il mio archè, la mia materia e la mia non materia..
Antonio Infantino
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