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Folk in mostra, il foto-racconto della canzone dialettale leccese

Folk in mostra, il foto-racconto della canzone dialettale leccese

Federico Capone ha dato vita a un interessante lavoro di recupero delle testimonianze storiche, fatte di immagini, copertine, dischi, canzoni e testi che riguardano la canzone dialettale leccese: una piccola “mostra” racchiusa in un libro che ridà dignità al folk leccese, nato dalla tradizione orale unita alle atmosfere della musica etnica.

La copertina di “Folk in Mostra” è a metà tra gli annunci futuristi che nel 1933 annunciavano la prima sagra della canzone leccese e lo “stile fumettistico” che promette un racconto straordinario tra le sue 45 pagine. Tra il 1900 il 1940 la canzone dialettale d’autore raggiunge il suo apogeo: la tradizione orale viene portata su palcoscenici importanti e persino impreziosita dalla straordinaria voce di Tito Schipa, che nel 1921 canta “Quandu te llai la facce”. Ci sono tanti nomi da ricordare: Armando Gill che nel 1927 canta al Politeama greco l’ “Urtima serenata”, Paolo Grimaldi e tutta una serie di nomi, fino a Bruno Petrachi con la sua fisarmonica, che negli anni ‘70 diventa protagonista del folk leccese insieme al Gruppo Liscio del Salento, Cesare Monte e altri. Saranno i Sud Sound System, nel 1991, con “Fuecu” (una canzone molto “glocal”) a far cantare tutta l’Italia in dialetto leccese, grazie alla contaminazione della canzone folk con il reggae e l’hip hop. Nel 1998 la Notte della Taranta compie una grande operazione di recupero della musica appartenente alla “Terra del rimorso”, di demartiniana memoria. Il folk tradizionale leccese, però, sopravvivendo nelle piazze, nelle feste popolari, ha avuto una storia a parte: solo in questi anni sembra uscire dalla sua nicchia per essere riscoperto dalle nuove generazioni.

La “pizzica” si è guadagnata la sua scena, ma il folk di Bruno Petrachi, Luigi De Gaetano, Cesare Monte, Gino Ingrosso, Augusto Nuzzone, Euprepio Fersino è stato troppo spesso maltrattato e derubricato a “simil-liscio” o “festa di piazza”. “In realtà la musica urbana-canzone dialettale leccese-dove leccese sta per salentina- ha conservato e tradotto suoni che dalla campagna si sono spostati in un contesto cittadino per imporsi poi a livello nazionale e, ai nostri giorni, globale” – riflette l’autore del libro, Federico Capone. Oggi si parla di “world music”: tutta la musica etnica, con gli originali ritmi melodici delle campagne, viene recuperata e contaminata dai suoni campionati e tecnologici. Dopo lo snobismo degli anni ‘70 e l’ “anti-provincialismo”, anche il folk della “canzone dialettale leccese” può recuperare una “dignità storica”, contaminarsi, essere reinterpretato, rinnovarsi, raggiungere nuove generazioni e far rivivere quelle radici musicali che raccontano un mondo perduto.







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4 Comments

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