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Franco Battiato, il ricordo Di Ambrogio Sparagna

Franco Battiato, il ricordo Di Ambrogio Sparagna

 

 

“La prossima amministrazione comunale di Formia intitoli una strada o un luogo della città ad un artista geniale che ha rappresentato tantissimo per la cultura italiana, e non solo per la musica, nel secondo dopo guerra”. La proposta arriva da Ambrogio Sparagna, l’etnomusicologo di Maranola considerato uno dei pochi artisti del comprensorio che ha avuto l’onore ma anche l’onere di collaborare con la ‘Voce del Padrone’ della musica italiana, Franco Battiato, scomparso prematuramente martedì mattina all’età di 76 anni.

Uno dei generi che il cantautore catanese figlio di un pescatore preferiva era quello legato alla tradizione musicale popolare. Forse il primo battesimo culturale che gli ha permesso poi di diventare e, soprattutto, continuare ad essere un raffinato interprete, attraverso un percorso di cinque decenni e 30 album pubblicati, del punk ma anche della new wave, della musica classica, di quelle elettronica e naturalmente di quella d’autore.

Il contatto di Ambrogio Sparagna con il cantautore , che lo scorso marzo in occasione del suo compleanno aveva deciso di pubblicare a 40 anni di distanza il suo mitologico album “La Voce del padrone”, è avvenuto quasi per caso nel 2004. L’etnomusicologo maranolese all’epoca con l’apporto di Giovanni Lindo Ferretti, aveva rilanciato, in qualità di direttore artistico, il Festival della Taranta”, la “Woodstock” della musica popolare che a Melpignano, nel Salento, in Puglia, non era diventato solo un evento artistico ma anche un happening televisivo (“quasi in prime time”),di costume con innegabili risvolti di natura economica e turistica.

Questo sodalizio artistico ma anche umano si consolidò con una suggestiva e dinamica interpretazione di un brano, “Damme la manu”, che, mutuato dal dialettino salentino, “molto simile a quello della sua Catania”, l’autore di “Centro di gravità permanente” volle interpretare con l’arrangiamento musicale di Sparagna con la sua nascente orchestra di strumenti della tradizione popolare italiana. Iniziò una bella e intensa amicizia che si consolidò anche grazie a Formia, a Ventotene e al cinema, un’altra passione del cantautore etneo.

Battiato doveva ricevere poi il premio de “La Zampogna” che l’associazione “Archivio Aurunco” organizza a Maranola ogni anno, a gennaio, per sottolineare l’impegno di alcuni artisti italiani a favore del recupero e promozione della tradizione musicale popolare. Sparagna aveva avviato una collaborazione con il cantautore siciliano per realizzare uno zibaldone dedicato ai canti popolari siciliani. Era il 2019,anno in cui Franco Battiato pubblicò il suo ultimo album “Ritorneremo insieme”. La malattia, sempre in agguato, chiuse quel recinto che aveva sullo sfondo ancora l’avvio di una sperimentazione e di un dialogo tra due culture, quella aurunca e quella siciliana. Un modo di fare che permise all’intellettuale di Ionia – è la località in cui era nato il 23 marzo 1945 – di muovere i primi passi su un palco a Milano, nel famoso ‘Club 64‘. Aveva portato la sua musica, già di nicchia nella metà degli anni sessanta in un cabaret in cui apriva gli spettacoli di artisti come Bruno Lauzi, Renato Pozzetto o Enzo Jannacci. Insomma quanto di più lontano da quella che sarebbe poi diventata l’arte di Battiato.

“Aprivo con canzoni siciliane, era musica pseudo barocca, finto etnica”- ha sempre raccontato il cantautore. Proprio in quel periodo ebbe un incontro con un altro grande artista, un altro grande simbolo di commistione di generi, Giorgio Gaber: Da quelle prime pubblicazioni la sua strada fu chiara: l’attrazione per le correnti di ricerca e per nuove sperimentazioni di un artista a cui non sono mancate le incursioni in altre arti: nel cinema, in cui è sia attore che autore di colonne sonore che regista, ma anche nella pittura. Fino ad arrivare alla politica: “Franco – ha concluso Sparagna – è stato un uomo incapace di essere mai uguale a se stesso. Lui è stato un po’ un centro di attrazione, tutto ruotava attorno alla sua intelligenza, alla sua poliedrica capacità artistica. Ero un autentico galantuomo di grande cultura e, soprattutto, di grande umanità. Una gravissima perdita”







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