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La Nuova Compagnia di Canto Popolare protagonista di una pagina di storia sociale degli anni 70

La Nuova Compagnia di Canto Popolare protagonista di una pagina di storia sociale degli anni 70

canto popolare

 

14 gennaio 1975. Al Teatro Augusteo di Salerno è in programma La cantata dei Pastori: la popolare rappresentazione natalizia settecentesca del Perrucci viene proposta in un adattamento diretto da Roberto De Simone; tra gli interpreti si annoverano anche i sei componenti della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Nunzio Areni, Peppe Barra, Eugenio Bennato, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, oltre allo stesso Roberto De Simone che veste i panni di San Giuseppe, si preparano all’apertura del sipario.

La Compagnia, pur essendo nata come ensemble prettamente musicale, non è nuova a incursioni teatrali. Pochi giorni prima, tra Natale del 1974 e l’Epifania del ’75, con La cantata i musicisti-cantanti-attori sono già andati in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli; il Daily American del 3 gennaio ha recensito lo spettacolo, riferendosi a Roberto De Simone come a «uno che guida il più famoso gruppo di canto popolare italiano».

Ma quel 14 di gennaio a Salerno le cose non vanno per il verso giusto. È, questo, un periodo politicamente e socialmente tumultuoso e caldo e c’è molto scontento nell’aria: aleggiano sentimenti di rabbia e frustrazione, che rimescolano tra loro le persone, aggregandole in uno spazio ideologico dal quale, proprio in quegli anni, si genererà anche un inesorabile meccanismo autodistruttivo; operai, studenti, disoccupati, intellettuali, manipolatori sociali; infiltrati, ingenui, doppiogiochisti, omologati, alternativi, agiscono, s’incontrano, discutono, si confrontano, litigano, si ribellano, inscenano forme di protesta che ormai non mirano più soltanto – come tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta – al padrone, al borghese, al padre, al potere costituito, ma estendono il proprio malcontento, sino a includere quello stesso mondo della cultura e dello spettacolo fino a poco tempo prima identificato come ‘alternativo’, e ora accusato di essersi macchiato di un opportunistico asservimento al sistema e alle logiche di mercato.

È un dato di fatto che i costi dei biglietti di concerti e manifestazioni culturali abbiano iniziato a lievitare con il precipitare di una situazione economica sempre più critica; tali aumenti generano reazioni immediate tra le classi finanziariamente più svantaggiate e politicamente più consapevoli; esse rivendicano il loro diritto di fruizione della cultura: al grido di ‘autoriduzione’ pretendono biglietti a prezzi politici, e – in caso d’insuccesso – arrivano a forzare ingressi, sfondare cordoni di sicurezza, occupare teatri e palazzetti dello sport. O, se proprio va male, si fa casino fuori.
Ed è quello che accade anche a Salerno, quella sera di gennaio del 1975, in occasione della rappresentazione de La cantata dei Pastori. Autoriduzione. Oppure tutti a casa.

«Gruppi di giovani di sinistra hanno vivacemente contestato il prezzo dei biglietti fissato in 3.000 e 3.600 lire.»: così scrive Il Mattino di Napoli.
Lo spettacolo, dopo trattative e tentativi di blandire i rivoltosi, viene sospeso. Si indice un’improvvisata assemblea pubblica presso la locale Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, promotrice dell’iniziativa, nel corso della quale si prova a spiegare che una messa in scena teatrale di quel genere, tra costumi, scene, attori, maestranze, non può che avere costi elevati. Al cospetto di un centinaio di giovani contestatori l’avvocato Guerritore, che presiede la suddetta Azienda, specifica che la spesa complessiva arriva a ben 6.500.000 di lire; la stessa Compagnia di Canto Popolare darà dettaglio dei suoi costi di allestimento, che in totale ammontano a 1.560.000 lire: insomma, costo del biglietto giustificato, sia dal punto di vista dell’organizzazione, sia da quello degli artisti.
«La musica è un diritto per tutti!»… «Spettacoli a prezzi popolari!»… viene scandito in coro dai ribelli, che ogni tanto interrompono con i loro slogan il meticoloso ragguaglio.

Per onestà di cronaca c’è da evidenziare che, dai resoconti apparsi sui giornali dell’epoca, emerge, altresì, che lo scontro su La cantata dei Pastori all’Augusteo è anche (se non soprattutto, verrebbe da sospettare) un pretesto per la resa dei conti di un già radicato conflitto politico locale, fomentato da alcuni movimenti della sinistra giovanile salernitana (Circolo Ottobre e ARCI) contro la gestione delle attività culturali da parte dell’Azienda Soggiorno Cura e Turismo, accusata di speculare – da ente pubblico, ma per questioni di tornaconto personale – promuovendo eventi che diventano inevitabilmente destinati a una élite dal portafogli pieno.

Ma il problema è di ben più ampia portata, e Roberto De Simone, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, e (nella specifica circostanza) tutti gli altri interpreti dello spettacolo, si vengono a trovare, a prescindere dalle beghe locali sulla gestione delle finanze destinate alla cultura, in una situazione piuttosto ricorrente, all’epoca dei fatti.

Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che i musicisti del gruppo avranno a che fare con contestazioni, accuse di asservimento al potere, critiche aspre per l’essersi imborghesiti e venduti al mercato; critiche talvolta provenienti da parte di quella stessa area politica che, in altre circostanze e contesti, li aveva invece consacrati a vessillo. È il prezzo del successo: una scalata lenta e costante nel mondo dello spettacolo ‘alternativo’ italiano li ha portati al centro dell’attenzione mediatica; la Nuova Compagnia di Canto Popolare fa tendenza, conta numerosi tentativi di imitazione, riscuote consensi da un pubblico quanto più trasversale si possa immaginare. I ragazzi cantano in coro i loro pezzi, accompagnandosi con la chitarra nelle sere estive intorno ai falò; oppure ascoltano i loro LP sui giradischi di casa, dietro porte di camerette scontrosamente chiuse al mondo degli adulti; i loro dischi arricchiscono, con quelli di tanti altri, l’arsenale simbolico della ribellione generazionale di molti adolescenti dei primi anni Settanta. Alcuni intellettuali esaltano il progetto di Roberto De Simone, altri lo criticano; ci sono giornalisti che gridano al miracolo, altri che storcono il naso trovando inspiegabile l’operazione culturale e le scelte interpretative che sostengono l’impalcatura intellettuale dei sei musicisti e del loro mentore.

"Dietro ogni voce c'è un personaggio" di Anita Pesce, Arcana edizioni.







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