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Alle origini della tradizione contadina con il libro Un Salto nel Folklore de Li Matti de Montecò

Alle origini della tradizione contadina con il libro Un Salto nel Folklore de Li Matti de Montecò

Il libro Un Salto nel Folklore – Li matti de Montecò edito da Giaconi Editore è stato scritto da due fondatori del gruppo storico di musica tradizionale di Montecosaro, Li Matti de Montecò, Monia Scocco e Claudio Scocco. La formazione, che ha alle spalle una storia fatta di tradizioni tramandate di padre in figlio, si propone di recuperare e trasmettere anche alle nuove generazioni le tradizioni popolari che hanno accompagnato la vita degli antenati del paese, facendole conoscere anche ai più piccoli. Lo scopo dei membri è far rivivere e conoscere Montecosaro nell’aspetto della sua vita quotidiana di un tempo ormai lontano, quando non esistevano ancora la frenesia e lo stress della modernità ma soltanto la dura fatica dei campi, ricompensata dall’enorme energia sprigionata poi nell’aia, dove le persone mangiavano, bevevano e ballavano fino a notte fonda. In un’accurata raccolta di brani, frutto di un attento lavoro di ricerca, Li Matti de Montecò hanno recuperato i canti rituali di questua della cultura orale marchigiana del territorio in cui vivono, contribuendo alla rivitalizzazione e diffusione di questa.
Anche il libro intende creare delle condizioni fertili per la ripresa delle tradizioni e degli usi locali a lungo dimenticati riscoprendo e portando di nuovo in primo piano le radici e la cultura di Montecosaro. L’opera intende far rivivere il messaggio della danza, della musica, dell’espressione popolare dell’anima marchigiana e mettere a disposizione dei più giovani questa eredità per diffonderla fra i contemporanei.
Gli spettacoli de Li Matti de Montecò si rifanno alla povera società contadina del Diciannovesimo secolo. Tutti i brani del repertorio si basano su musiche e coreografie originali dell’epoca. Durante lo spettacolo i balli sono intervallati da vivaci canti popolari, stornelli a braccio, canti di questua: parlano della terra marchigiana e delle vicende quotidiane della vita di un tempo. Il ballo più caratteristico è il Saltarello, sensibilmente diverso nel ritmo e nella musica nei vari paesi della regione. È il ballo di corteggiamento per eccellenza, dove l’uomo cerca in ogni momento di avvicinarsi alla donna, la quale inizialmente si sottrae facendosi desiderare, ma poi si riavvicina mostrando di gradire le galanterie del suo pretendente. Le altre danze tipiche sono: la raspa, la castellana, la gajinella. Sono eseguiti pure balli di provenienza straniera ma ben saldi nel repertorio classico marchigiano: il valzer, la quadriglia, la polka, la monferrina, la tarantella, la mazurca, la manfrina.
I costumi, sgargianti e colorati, sono riprodotti su modelli originali risalenti ai primi del Novecento. La donna indossa i “mutandoni”, le mutande bianche, sotto l’ampia gonna denominata “varnellu”, ornata con pizzi e merletti colorati, una camicia bianca e accollata, con un’apertura laterale pieghettata, una collana di corallo rosso; sulle spalle, ripiegato a triangolo, lo scialle colorato con frange; sul davanti “la parannanza”, il grembiule, e il busto, dotato di stecche su cui risaltano pizzi, merletti e passamano bianco. L’uomo indossa pantaloni neri; un “corpetto” (una sorta di gilè corto in vita, spesso usato sbottonato) sopra ad una camicia bianca o grezza, di lino o di cotone; una fascia rossa in vita e un fazzoletto sul collo, che un tempo veniva usato per asciugare il sudore durante il lavoro nei campi, ed infine un cappello di paglia per ripararsi dal sole.
Gli strumenti che accompagnano i canti e i balli sono: fisarmonica, organetto, tamburello, cembalo, nacchere, “caccavella”, “rana”, “triccheballacche”, “violino dei poveri”, “raganella”, tutti strumenti artigianali, poveri e tipici della realtà contadina e paesana di questi luoghi.
Il lavoro di ricerca del libro rispetta il modo con cui venivano intonati i canti rituali di una volta, seguendo lo svolgimento calendariale dell’anno agricolo, in quanto erano strettamente connessi e legati al ciclo della natura che nasce, muore e risorge. Ogni lavoro agreste aveva le sue melodie. Questi brani rievocano le situazioni nella famiglia colonica ed i lavori tipici di un tempo, come la mietitura (canto a metetò o de lo mète), la trebbiatura (canti de lo vàtte), la fienagione (cantu a fienatò), la vangatura (canto a vangatò), la vendemmia (canto de lo velegnà), lo “scartoccia” o scartocciatura del grano (la raccolta del granoturco), lo “velegnà” (la vendemmia), lo “fienà” (la tagliatura del fieno), la zappatura, la semina, la raccolta delle olive, quando si andava sul biroccio (un veicolo a due ruote per trasportare oggetti – candu a viròcciu) e le feste sull’aia che avevano luogo dopo una giornata di fatica, oltre ad alcune tra le feste tipiche come la “Pasquella”, il “Cantamaggio”, i canti di Natale, Carnevale, Passione, Ascensione, Assunzione.
I “canterini” e le “cantarinelle”, i suonatori d’organetti “li sonarì”, i bravi ballerini erano i beniamini di ogni festa: il saper cantare, il saper suonare l’organetto, il saper danzare era considerato un pregio. Tali canti, sorti spontaneamente in funzione dell’opera stessa, non hanno alcuna attinenza con i lavori svolti, ma parlano d’amore. Avveniva spesso che al canto di un isolato contadino facesse eco lontana una voce da un altro campo: era come un parlarsi, un tenersi compagnia. Si tratta del cosiddetto “canto a vatoccu”.
Molti erano i momenti di festa nella vita del contadino, legati al calendario religioso e al ciclo produttivo dei campi. Ricchissimo è il patrimonio orale di canti, melodie, filastrocche che gli anziani del gruppo de Li Matti de Montecò hanno tramandato. Era anche una occasione per i giovani della contrada per conoscersi e magari intrecciare rapporti confidenziali.







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