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Van De Sfroos porta il folk a San Siro: “E’ come andare sulla luna”

Van De Sfroos porta il folk a San Siro: "E' come andare sulla luna"

Per il cantore «laghèe» (il dialetto parlato in una zona del lago di Como ove Davide, nativo di Monza, è cresciuto e vissuto) il 2017 inizia con la prospettiva di una data epocale, che potrebbe costituire il punto apicale del suo percorso solista ormai quasi ventennale.
Venerdì 9 giugno, alle 20,30 per la prima volta, si esibirà allo stadio di San Siro a Milano, per un evento-sfida che sta cominciando a preparare e per cui sono già state avviate le prevendite sul circuito Viva Ticket. «Per uno che non ha mai giocato a calcio, neppure all’oratorio – ammette Davide – entrare in campo a San Siro è come andare sulla luna».

«Le mie canzoni sono partite dalle alghe del lago: non era così scontato arrivare a San Siro». Davide Van De Sfroos, nome d’arte che in italiano significa letteralmente «quelli che vanno di frodo» è un omaggio ai contrabbandieri, che da queste parti erano visti come dei Robin Hood.
Ha cominciato da ragazzo in un gruppo punk, i Potage, ed è cresciuto cantando in dialetto laghée. I suoi testi parlano di streghe, matti, reduci, emigranti, marescialli dei carabinieri e ciarlatani da bar. Folk statunitense shakerato con una buona dose di realismo magico.

Oggi, dopo sei album di inediti, due premi Tenco e il quarto posto nel 2011 a Sanremo con Yanez, si è affermato come uno dei cantautori più originali del panorama italiano.

«Tornato da Sanremo la gente ha iniziato a dirmi: “Adesso manca solo San Siro” perché San Siro è il totem, è l’Everest di chi fa il mio lavoro. Io non sono Vasco, Springsteen né tantomeno Madonna: se vado a San Siro è perché nel corso degli anni ci sono state persone che mi hanno fatto credere che potevo farcela e che vogliono essere lì con me. È arrivato il momento di provarci. La cosa bizzarra è che non ci sono mai stato per un concerto; ci ho visto solo un paio di partite, ma mi è bastato per rendermi conto di quanto sia unico. Anche quando lo stadio è vuoto ti sembra di sentire il boato del pubblico, è come se l’energia rimanesse imprigionata lì, sospesa nell’aria».

«Canto in dialetto perché tradurre in italiano le vicende incredibili che vedo attorno a me, e che mi vengono raccontate in laghée, mi sembra una forzatura. E poi il dialetto è musicale».



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