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Launeddas: The Sound of Sardinia

The launeddas are a woodwind musical instrument with knocker reed, originating from Sardinia. The Launeddas are a direct descendant of the ancient double egyptian and sumerian clarinet and have some archaic sections preserved concerning both the building and the execution technique that, at first sight, make them surprisingly similar to their ancient precursors.

It is an instrument with very ancient origins able to produce polyphony, it is played with the circular breathing technique and it is built using different kinds of canes. The instrument is created by three different canes, of different size and thickness, with the cabitzina at the top where the reed is obtained.

Le launeddas sono uno strumento musicale a fiato ad ancia battente, originario della Sardegna. Le launeddas sono un diretto discendente dell’antico doppio clarinetto egiziano e sumero, e hanno conservato alcuni tratti arcaici relativi sia alla costruzione che alla tecnica di esecuzione, che, a prima vista, le rendono sorprendentemente simili ai suoi antichi precursori.

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È uno strumento di origini antichissime in grado di produrre polifonia, è suonato con la tecnica della respirazione circolare ed è costruito utilizzando diversi tipi di canne. Lo strumento è formato da tre canne, di diverse misure e spessore, con in cima la cabitzina dove è ricavata l'ancia. Il basso (basciu o tumbu) è la canna più lunga e fornisce una sola nota: quella della tonica su cui è intonato l'intero strumento (nota di "pedale" o "bordone"), ed è privo di fori. La seconda canna (mancosa manna) ha la funzione di produrre le note dell'accompagnamento e viene legata con spago impeciato al basso (formando la croba). La terza canna (mancosedda) è libera, ed ha la funzione di produrre le note della melodia.

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Sulla mancosa e sulla mancosedda vengono intagliati a distanze prestabilite quattro fori rettangolari per la diteggiatura delle note musicali. Un quinto foro (arreffinu) è praticato nella parte terminale delle canne (opposta all'ancia).

Le ance, realizzate sempre in canna, sono semplici, battenti ed escisse in unico taglio sino al nodo.

L'accordatura viene effettuata appesantendo o alleggerendo le ance con l'ausilio di cera d'api.

Per la costruzione delle Launeddas si usa la canna di fiume arundo donax, o canna comune, e la arundo pliniana turra, detta canna masca o cann'e Seddori, un tipo particolare di canna che cresce principalmente nel territorio compreso fra Samatzai, Sanluri e Barumini.

La canna comune viene utilizzata per la costruzione de su tumbu e delle ance, mentre sa cann'e Seddori viene utilizzata per la costruzione della mancosa e della mancosedda.

https://youtu.be/Qjjo8MexZhg

Esistono diversi tipi di launeddas tra cui i principali sono: Punt'e organu, Fiorassiu, Mediana.

Uno strumento simile caratterizza Pan, il dio pastore del mondo greco. Strumenti congeneri, suonati con tecniche simili, sono presenti nell'Africa Settentrionale ed in Medio Oriente. L'uso delle launeddas è attestato in un arco temporale che va dalla preistoria sino ai nostri giorni.

Le occasioni d'utilizzo, laiche o religiose, contemplavano l'esecuzione di brani originali; è credibile l'uso in rituali magico-rituali, come nel caso dei riti della malmignatta (argia), analoghi alle tarantolate dell'Italia Meridionale o altri riti consimili e all'attuale uso religioso.

Altri usi attestati dello strumento sono l'accompagnamento al canto, l'accompagnamento de Is obreris, l'accompagnamento nei cortei delle sagre, dei matrimoni e di tutte quelle attività che prevedevano partecipazione popolare alla vita sociale.

L'etnomusicologo Ambrogio Sparagna ha realizzato una puntata monografica sulle launeddas, che è andata in onda il 2 dicembre 2012 su Rai3 nella trasmissione L’Italia che risuona, con nuovi studi e ricerche sul campo.

https://youtu.be/ejYerXHmj14

L’accordatura per mezzo di cera applicata sulle linguette dei bocchini e la tecnica di esecuzione sono aspetti comuni con i doppi clarinetti e con le cornamuse.

Si può osservare la launeddas in un bronzetto sardo raffigurante un uomo che suona uno strumento a fiato, reggendo due tubi con la mano sinistra e uno con la destra, proprio come fanno gli attuali suonatori di launeddas. Purtroppo è impossibile una precisa datazione. In ogni caso possiamo datarlo, con gli altri famosi bronzetti sardi, tra il 900 e il 300 a. C. Non esistono altre rappresentazioni antiche di triplice strumento a fiato né si può dire da dove e quando l’antenato delle launeddas arrivò in Sardegna.

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Per il resto dell’Europa abbiamo soltanto la testimonianza indiretta che la cornamusa, che divenne popolare piuttosto rapidamente nel XIII secolo, sembra essersi sviluppata in diverse zone grazie all’applicazione di una sacca sulle canne soffiate direttamente, alcune delle quali potevano ben essere simili alle launeddas.

La preistoria delle launeddas è perciò ancora completamente oscura e si possono formulare due ipotesi:

1. Le launeddas si sono sviluppate localmente in Sardegna nel I° millennio a. C. da un clarinetto doppio comune a tutto il Mediterraneo e sono rimaste dalle origini fino a oggi uno strumento unico.

2. Le launeddas sono le rappresentanti di un sottogruppo di clarinetti esistenti nella parte occidentale del Mediterraneo già nel I° millennio a. C. e rimasti inosservati durante il periodo romano per scomparire alla fine del Medioevo trasformandosi in cornamuse.

Comunque sia, si può affermare che le launeddas hanno una storia ininterrotta di 2500 anni sulla terra sarda e che sono sopravvissute alla cultura tribale dell’età del bronzo, adattandosi ai continui cambiamenti di una società in evoluzione e arrivando ad essere come oggi le troviamo.

https://youtu.be/ANlgG3DY-RY

Appartenenti alla stessa famiglia dei clarinetti egizi, degli auloi greci e delle tibiae romane, le launeddas sono uno strumento a fiato antichissimo, che consta di tre tubi di canna, in cui un’ancia singola battente, cioè una lamella elastica, fa vibrare direttamente il soffio produttore e tali vibrazioni vengono trasmesse per amplificazione e regolamento d’altezza alla colonna d’aria che si
trova entro i tubi risonatori.

L’ancia non è un organo separato, ma risulta escissa in un cannello chiuso all’estremità superiore ed incastrato dalla parte aperta in ciascuna delle canne che compongono lo strumento. La tecnica con cui si ricava l’ancia: nella parete del cannello destinato ad essere imboccato si ritaglia per soli tre lati, con una incisione obliqua, una linguetta rettangolare, in modo tale che l’attaccatura dell’ancia sia rivolta verso la bocca dell’esecutore e la parte libera vibrante verso la canna di risonanza. Come in tutti gli strumenti a fiato di questo tipo, l’ancia è l’organo principale, costituendone in qualche modo la lingua.

Il termine launeddas deriva in effetti da ligulella, diminutivo della parola latina che designa l’ancia della tibia.

È indubbiamente lo strumento più antico e originale della tradizione musicale sarda, uno strumento che nel corso dei millenni ha raggiunto un notevole grado di perfezione costruttiva.

https://youtu.be/BzWITU3L-F0

Su tumbu è la canna del bordone, senza fori per le dita e dal canneggio lievemente conico. A seconda del taglio del cunzertu può avere una lunghezza variabile dai 40 ai 150 centimetri circa e per poterlo riporre nella custodia (straccasciu) può essere smontato in due o anche tre pezzi. La prolunga smontabile del tumbu prende il nome di ’nzetta (Sarrabus), iuntura (Trexenta) o guetta (Cabras). Per innestare i vari pezzi si svuota internamente il bordo superiore della prolunga, che costituirà la femmina; quindi, con una modanatura nell’estremità inferiore del tumbu si realizza il maschio della giuntura. Inoltre, per facilitare il montaggio delle canne vi si incidono dei segni in prossimità di due giunti, segni che devono essere affiancati quando il tumbu è montato correttamente. Nei tumbus di una certa lunghezza, in tre pezzi, si procede analogamente, realizzando il maschio nella parte inferiore del primo prolungamento e la femmina nella parte superiore del secondo. Per rinforzare la giuntura femminile, che come si è detto è assottigliata
all’interno, si riveste il bordo con alcune spire di spago impeciato.

La canna viene perfettamente pulita all’interno sfondando tutti i nodi, i quali esternamente vengono invece accuratamente lisciati o asportati facendo attenzione a non rovinare la superficie lucida e resistente della canna. Come si è detto, nell’estremità superiore di ciascuna canna si innesta su cabizzinu con l’ancia. Questo deve essere di dimensioni proporzionate alla lunghezza e alle dimensioni del tubo, ma nel caso che risultasse troppo grosso si provvederà a creare anche qui un innesto assottigliando internamente la parte superiore del tumbu ed esternamente quella de su cabizzinu. Al contrario, se il suo diametro è troppo sottile rispetto a quello della canna, si dovrà inserire all’interno del tumbu un anello di canna come spessore. In ogni caso si sigilla l’innesto del cabizzinu con cera per garantirne la perfetta tenuta e si rinforza esternamente lo spago.

Il tumbu, non avendo fori per le dita, produce un unico suono che rappresenta la nota fondamentale dello strumento. Una volta costruito, l’intonazione può essere modificata unicamente appesantendo l’ancia con un grumo di cera o eventualmente accorciando la lunghezza della canna. La canna del tumbu deve essere dritta e sottile. Per la mancosedda si ricerca invece una canna di spessore molto grosso con una luce interna estremamente ridotta (canna ’e Saddori o canna mascu). Questa canna è estremamente resistente ma allo stesso tempo presenta un canneggio molto stretto che conferisce un particolare timbro allo strumento. La mancosa è la seconda canna, costruita in un unico pezzo con cinque fori rettangolari nella parete anteriore. I primi quattro partendo dall’alto sono i fori per le dita (crais), l’ultimo in basso, più lungo degli altri (s’arrefinu o bentiadori), serve per accordare lo strumento. Aggiungendo o togliendo della cera nella parte superiore di questo foro si può infatti allungare o accorciare la colonna d’aria vibrante nel tubo con il conseguente abbassamento o innalzamento dell’intonazione. È ovvio inoltre che la porzione di canna che si trova più in basso de s’arrefinu è ininfluente per l’intonazione dello
strumento ma a detta dei costruttori contribuisce ad arricchirne il timbro. L’estremità superiore della mancosa, dove si innesta la cannuccia dell’ancia, è simile a quella del tumbu con il bordo rinforzato dallo spago impeciato.

La posizione e la distanza dei fori per le dita è proporzionale al taglio dello strumento: più è grave, più sono distanziati e viceversa. Come si è accennato, la coppia tumbu mancosa forma la croba o loba. La prima legatura si effettua con lo spago in prossimità dell’innesto dei cabizzinus,
e viene rinforzata con della cera; la seconda in prossimità del nodo della mancosa e oltre allo spago prevede l’utilizzo di un pezzetto di canna per distanziare i due tubi. Nel punto in cui viene realizzata questa seconda legatura si provvede spesso ad intagliare nelle canne un’apposita sede.
La mancosedda, la canna sciolta suonata con la destra, è del tutto simile alla mancosa; l’unica
differenza costruttiva può essere data in certi strumenti dalla presenza di un quinto foro per le dita.
Ordinariamente questo foro è chiuso con la cera.



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