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Il punto di Davide Rondoni

Su musica popolare italiana Davide RondoniOggi l’appuntamento è con uno scrittore italiano, un poeta di fama nazionale e internazionale: Davide Rondoni. Da questa settimana lo scrittore, insieme ad una sua allieva, la giovane scrittrice Martina Rosella, inizierà con il blog di musica popolare italiana un percorso mensile che possa offrire intuizioni, spunti e appunti per una riflessione sul rapporto tra musica e poesia.

Intervistare qualcuno, a volte è bello. E non è bello come semplice grado positivo dell’aggettivo: se alla fine c’è ancora il sole, quel sole fa più primavera. Se poi quel qualcuno è Davide Rondoni, uno fra i più conosciuti poeti italiani di adesso, l’intervista con vivo accento romagnolo diventa subito chiacchierata. Io, nonostante tutto sono emozionata e, un pò intimorita comincio.

 

Vorrei che iniziassimo a interrogarci a proposito del rapporto che esiste e sussiste tra letteratura (in particolare tra poesia) e musica popolare, e quindi nello specifico: che ruolo ha la narrazione in generale nella vita di ognuno di noi: ha senso parlare "di" e "con" poesia nella contemporaneità? Quanto questo linguaggio rimane attuale o può diventarlo di nuovo?

Innanzitutto trovo sia meglio parlare di “narrare” piuttosto che di “narrazione” che è un termine che va di moda. L’uomo narra da sempre, poeta da sempre: compone poesie sulla vita perché racconta la vita. Se ci pensiamo, nella condizione umana, raccontiamo, per gioco, per passa tempo,  sì,  ma soprattutto perché se una cosa non la racconti è come se non l’avessi vissuta veramente. Il racconto è forse, ciò che ti fa riconoscere il valore vero di quell’esperienza, sia essa l’amore per una donna o l’aver visto una partita di calcio. La parola, diventa il teatro che mette in scena, ridice, la vita. La poesia può osare, può essere anche racconto in parte, (quando è epica) e racconta attraverso modi molto forti, ha una spinta nel mettere a fuoco l’aspetto più sfuggente delle realtà. Cambiano le forme e gli stili, ma la funzione è sempre la stessa da Omero a oggi: l’uomo non è cambiato nella sua essenza.

 

E per quanto riguarda la musica: possiamo dire che in questo periodo storico la canzone, sia essa italiana o straniera, è più forte della letteratura?

La poesia c’è sempre stata, come le canzoni. E le canzoni non si sono mai sostituite alla poesia. La realtà è un’altra e non di certo quella in cui la musica è più forte da sostituirsi alla letteratura e nel particolare alla poesia. Da sempre esistono poesie brutte e quindi molto deboli, ma allo stesso modo le canzoni, e in futuro non si potrà evitare questa distinzione, sarà sempre così. L’unica cosa è che oggi è ancora più confuso il panorama dei cantautori: si includono più figure possibili all’interno della “categoria”, e  quindi di conseguenza si tende a dire, soprattutto nel mondo dei giornalisti, che la letteratura ha meno forza della musica perché si prende meno spazio nel grande pubblico.

 

E la riscoperta della musica popolare? Non sarà una questione di moda?

E’ sempre difficile nei fenomeni, distinguere l’intenzione pura dalla moda. Nel “guazzabuglio” come lo definiva Manzoni, è complicato estrapolare l’intenzione vera, quella interessata. Nella musica popolare, visto che siamo nell’epoca della spersonalizzazione, come avviene per tante cose, succede che si verifichino delle contro spinte affinché si arrivi alla ricerca di qualcosa che parla della nostra storia, o ancor meglio del nostro modo di essere. C’è uno strano equilibrio che si crea nel mondo, di spinte contrarie che si susseguono: dalla spersonalizzazione alla ricerca profonda. D’altra parte bisogna capire cosa si intende per “popolare”: anche la musica “pop” è popolare. Ma volendo sintetizzare una grossa questione posso dire che è popolare ciò che parla a tutti, che non vuol dire ciò che è basso e volgare. L’idea sbagliata che spesso si diffonde è che qualcosa arriva a tutti perché è di bassa qualità. Mozart per esempio, è popolare, perché arriva a tutti, ma se lo si ascolta. Il problema è: te lo fanno ascoltare, ti abituano a capire? La facilità di fruizione, quindi la facilità con cui si arriva a certi canali piuttosto che ad altri fa sembrare che sia popolare un qualsiasi cantante spesso di poco valore.

La chiave sta proprio nel fatto che certe cose parlano a tutti, hanno un messaggio universale e semplice. Allo stesso modo succede nella poesia: una delle opere più popolari resta La Divina Commedia, di una straordinaria enfasi mistica: un grandissimo viaggio che ci mette universalmente in comunicazione. E questo è ciò che si verifica per la musica popolare.

 

Il fatto che non conosciamo la nostra musica popolare è una quesitone di mancato interesse oltre che un senso di lontananza da queste forme di espressione?

La lontananza dalla musica popolare, è una lontananza per ignoranza, anche imposta. Come diceva Rilkesi tace di noi come si tace di un’onta”. Le persone sono messe davanti a cose che le distraggono dalla vita, da se stesse e questo non è disinteresse. E se in televisione passano per la maggior parte cose che ci distraggono, che intrattengono, poi la natura umana, che tendenzialmente è pigra e greve, risponderà ai propri bisogni con quei modelli di “finto” popolare. Difficilmente risponderà con Beethoven.

 

Ultima domanda, che è un po’ il “domandone”: secondo lei, adesso che ci ritroviamo in una crisi piena, la creatività (nello specifico degli ambiti che abbiamo toccato) ci salverà o pensiamo di poterci salvare con la creatività perché è l'unica cosa in cui ci possiamo sentire liberi?

L’uomo ha in sé sempre le risorse per affrontare le crisi, e queste risorse sono al livello della propria umanità, che genera. Egli è chiamato a generare quando si dona, si apre, come quando un seme genera sulla terra.  Una donna è già naturalmente cosi. L’uomo diventa generativo quando non sta chiuso in se stesso, quando non pensa di essere una monade. L’atto del creare non avviene per autocombustione, ma è l’apertura a qualcosa di più alto che ci rende generativi: la creazione vera (e non la ripetizione di se stessi) non è affabulazione, dipende dal seme a cui si apre, da cosa si fa ferire. Come la preghiera, che è sempre stato qualcosa di generativo, in cui appunto l’uomo si apre ad altro. La creazione è commisurata alla domanda: tanto più l’uomo chiede, quindi più si apre, più crea. Così c’è una rinascita di elementi che mettono in gioco energie nuove, voglia nuova. La creatività altrimenti sarebbe l’abilità di fare cose simpatiche. Perché l’Italia è un paese in crisi molto prima della crisi finanziaria? Perché è un paese in cui non si fanno figli, non si ha da tanto tempo la voglia di generare. La creatività che c’è, in molti casi, è decorativa, non generativa.

 



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