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Alle origini del Trallalero genovese

Alle origini del Trallalero genovese

 

 

 

 

Il trallalero genovese, secondo chi coltiva delle musiche a prevalente tradizione orale, sarebbe un canto maschile ed esclusivamente popolare di lontanissime origini marinare cantato nell’antica lingua dei liguri. Da una vita l'etnomusicologo Mauro Balma demolisce uno dopo l’altra affermazioni come quelle appena riferite.

Serviva mettere un punto fermo, per una ricerca che oggi, nel primi decenni del terzo millennio, può ben assestarsi su una serie di rigorosi paletti storici, musicologici, sociologici. Il punto fermo è qui, in Alle origini del trallalero genovese, edito da Nota. Il trallalero non è un canto marinaro, né lo è mai stato. Non è mai stato cantato un trallalero su un veliero o su un “vapore”. È prevalentemente maschile, anche se nelle “squadre” sono passate anche limpide e potenti voci di contralto di donne (succede anche oggi, con Laura Parodi). È nato come canto in italiano, e solo una perversa torsione "neotradizionalistica" del regime fascista ha fatto sì che iniziassero anche sfide e concorsi  vocali polifonici con le tipiche voci da trallalero usando il genovese.

 

 

 

 

 

È un canto urbano incistato nel centro storico più vasto d’Europa, ma che ha sempre teso un orecchio al mondo del bel canto, sui dischi o dai palchi dell’opera, mettendo in comunicazione diretta mondi e modi sociali diversi. È partito da Genova, quando s’è assestato nei modi espressivi e nella divisione di parti delle voci, ed è arrivato ad avere una presenza importante in tutto quello spicchio di territorio del Nord che gli specialisti definiscono “delle quattro province”, tra Piemonte, Lombardia Liguria ed Emilia, nido d’origine di molti dei tratti polivocali più antichi poi precisatisi nel trallalero urbano, con diverse novità. S’è accostato ad altre tradizioni vocali, influenzandole e modificandosi esso stesso, in loco.

Il trallalero è una creazione moderna, dell’Ottocento, e che la prima scaturigine deve essere  rintracciata nelle bujasche, il “canto d’osteria” come veniva definito nel paese di Bogli, in provincia di Piacenza. Il luogo dove palpitava una forte tradizione vocale cresciuta su un arcaico strato di canto narrativo "a ballata" e maturata fino a forme, potremmo dire, di “proto trallalero”, nella cerchia stringente di vallate che circondano la città della Lanterna.

Di tutto questo si dà ragione, brano dopo brano, nelle ventisette tracce del primo cd accluso al libro, con molte versioni a confronto diretto. Balma affronta invece nella seconda parte il rapporto tra trallalero e opera, quel processo di divulgazione del repertorio lirico non solo nei salotti borghesi, ma nelle piazze e nelle osterie che non a caso porta alla significativa dizione di “bel canto popolare” per il trallalero. La massa di esempi portati da Balma (con relativa documentazione di confronto riportata nel secondo cd) è impressionante, fino al caso esemplare di un’aria dal raro Marin Faliero di Donizetti rappresentato solo un paio di volte a Genova nell’Ottocento, e rintracciabile in una prima registrazione di trallalero che data al 1931. Evidentemente aveva funzionato una memoria forte e selettiva. Poi negli Venti del fascismo  arriva l’apporto di materiale originale della canzone d’autore in genovese, a imitazione delle canzoni napoletane di Piedigrotta, quasi un argine ottuso, spiega Balma, all’irruzione di profili melodici afroamericani aborriti dal regime: e lì nasce la credenza del trallalero “genovese” nella lingua e “marinaro” e “nostalgico” nei temi.







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