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Antonio De Lucia: da 50 anni dalle sue mani nascono le tammorre

Antonio De Lucia: da 50 anni dalle sue mani nascono le tammorre

Dove nascono le tammorre: cinquant’anni a costruire canti e suoni in un laboratorio di Ospedaletto.

Antonio De Lucia, originario di Summonteè il maestro dell’armonia e l’artigiano custode di un’arte antica, quella della realizzazione di strumenti della tradizione folkloristica campana, tra castegnette, putipù, ciaramelle, triccaballacche e scetavajasse.

«Ho avuto la fortuna di continuare a fare quello che mi è sempre piaciuto, così il desiderio di un bambino è diventato una professione. Anni fa avevamo una piccola bottega di articoli sacri a Piazza Mercato, allora facevo i tamburelli con la carta oleata e la carta di cemento su cui era stampata l’immagine della Madonna di Montevergine. La tradizione per il pellegrini che salivano al Santuario era anche quella di comprare una piccola tammorra, insieme ad un filo di castagne».

«Per elaborare quello che tecnicamente si chiama tamburo a cornice ci vogliono almeno due giorni di lavoro intenso. Ogni tammorra ha una vibrazione diversa, per realizzarla serve prima di tutto un pezzo di legno sonoro che può essere il faggio o il frassino, ma anche l’ulivo, l’importante è che sia stagionato e poi questo cerchio va rivestito con la pelle di capra o di capretto che io concio personalmente in base ad un metodo che ho elaborato nel tempo, molto dipende dall’effetto acustico che si vuole ottenere, ci sono anche quelle realizzate in ecopelle che suonano in un modo ancora diverso. Ogni regione ha il proprio tamburo, quello della Campania è ovviamente la tammorra che può essere anche muta, cioè senza sonagli alle estremità. E’ uno strumento molto femminile, addirittura alcune Madonne sono rappresentate con la tammorra in mano, ma se prima a suonarla c’era una e una sola figura deputata, oggi è passata nelle mani dei giovani che la studiano e imparano a conoscerla».

Sono molti i musicisti in tutta Italia che si rivolgono a “L’arte della tammorra” per avere il proprio strumento personalizzato: «Mi commissionano tantissimi tamburi, di dimensioni differenti, anche con il manico diverso, perché dipende dal modo in cui si impugna. Possono essere più sottili o più alte, la tammorra più grande che ho nel laboratorio ha il diametro di un metro e un solo musicista è riuscito a suonarla. E’ uno strumento che si lega alla persona che lo tiene tra le mani, ai luoghi e alle tradizioni, un po’ come tutte le percussioni, c’è la suonata di strada che si fa su tutta la tammorra e quella più accademica che prevede di percuotere ritmicamente solo un lato o alcune parti, la suonata ha molto a che fare con i singoli rituali, oggi si insegna nei conservatori insieme a tutto un repertorio folk e alla storia della musica popolare».



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