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Musica Popolare Italiana

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Lo stornello: il custode della cultura popolare romana

Lo stornello è un tipo di poesia generalmente improvvisata molto semplice, d'argomento amoroso o satirico, affine alla filastrocca. Lo stornello è tipico dell'Italia centrale, in particolare Toscana, Lazio e Marche, successivamente si è diffuso anche nell'italia meridionale.

Secondo alcuni storici della letteratura e della musica, il termine stornello deriverebbe dall'uso di cantare a storno: ovvero rimbalzando la voce da un luogo all’altro. La fortuna dello stornello è legata alla sua brevità e immediatezza, rivolta ad un pubblico quasi sempre ristretto, inventato da poeti improvvisatori a braccio anche senza accompagnamento musicale. Molti stornelli sono stati tramandati dai cantori di strada, ambulanti, carrettieri e venditori e soprattutto da quelli che venivano chiamati “posteggiatori d’osteria”. Il filo conduttore che unisce l’evoluzione della tradizione musicale di questi secoli è sempre la stretta comunanza fra temi sacri e profani, tra i santi e la madre Maria da un lato, le donne e il vino dall'altro. Non mancavano i temi politici e sociali, caratterizzati da una vena di anticlericalismo, ma venivano affrontati sempre in modo satirico e quasi mai in modo rivoluzionario.

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Questo tipo di componimento è costituito da un numero imprecisato di strofe dalla struttura molto semplice. Ogni strofa è solitamente composta da tre versi: il primo verso generalmente contiene l'invocazione ad un fiore; degli altri due il primo è in consonanza ed il secondo in rima col verso d'apertura. In genere questo tipo di componimento viene accompagnato da musica o cantato.

Gli stornelli romani, nati dall'improvvisazione e dall'estro di un momento, traggono la loro forza dall'autenticità e dalla genuinità di un intero popolo. Brevi ed immediati, cantati dalle popolane come “sfottò” da balcone a balcone, o drammaticamente interpretati dai carcerati di Regina Coeli, venivano ripresi e tramandati da cantori di strada, da carrettieri o venditori, per le vie di Roma e dei paesi vicini. Un aspetto pittoresco e popolare della vita quotidiana, legato alla passione per il divertimento, la battuta e la tavola. Un tipo di stornello del tutto particolare era costituito dai canti che i carcerati usavano utilizzare come modo di comunicare verso l’esterno: la canzone più famosa è stata senz’altro il “Canto del carcerato”, in cui uno dei carcerati al San Michele, probabilmente per ragioni d’amore e di onore, dava sfogo alla sua malinconia, rievocando le scorrerie dei turchi.

Gli stornelli a dispetto sono una forma, tipicamente Romana, di insultarsi a vicenda e la base del gioco è quella di attendere la fine della strofa senza reagire per poi restituire la cortesia consci di poter terminare l'attacco.

È incerto il tempo e il modo della sua origine, ma i più antichi esempi che si conoscano risalgono al sec. XVII.

Canto breve e semplice, espressione di gioie o sdegni, speranze o delusioni degli innamorati, lo stornello si offre facile all'improvvisazione e nasce spesso nelle gare o tenzoni fra contadini durante il lavoro o nei riposi dell'aia.

Gli stornelli fanno parte dell'immenso patrimonio culturale romano. Una tradizione che continua grazie alle sue forti radici popolari capaci di far innamorare i giovani di qualsiasi epoca. Nelle canzoni romane emerge la poesia e la fierezza dei romani. Nelle canzoni romane sembra che la città abbia un peso importante, come anche i quartieri, nella vita del cittadino. Per non parlare poi dei Trasteverini che sembrano custodire il cuore di Roma e incarnarne l'essenza.

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Molti sono stati gli interpreti delle immortali canzoni romane e tra questi bisogna almeno ricordare Gabriella Ferri, Alvaro Amici, Lando Fiorini e Claudio Villa, cantanti romani ricordati soprattutto per le sensazioni che comunicavano. Come i grandi poeti romani, anche loro vivevano nei rioni e lo rappresentavano dandogli voce, trasformandola nella voce dei romani e comunicando al mondo l'essenza della romanità.

Fu dai palcoscenici dell’avanspettacolo, con il teatro Ambra Jovinelli su tutti , che questo componimento trovò la sua vera fortuna: è dal teatro infatti che nel 1931 viene una delle composizioni romane più famose e che segnano la filosofia del popolo romano, “Tanto pe’ cantà”, di Ettore Petrolini, mentre è dalla gita fuori porta , altro campo tradizionale della canzone romana, che arriva nel 1926 , “Nannì” ovvero “’Na gita a li Castelli”, di Franco Silvestri, anche questa lanciata da Petrolini, che forse contribuì anche alla stesura del testo. Altro luogo preposto per le canzoni popolari erano le osterie, dentro la quale tra fumi e alcool, si dettarono le strofe de “La società dei magnaccioni” rielaborata dopo qualche decennio e portata al successo da Gabriella Ferri e Luisa De Santis. Il mondo del teatro continuò a sfornare una serie di comici-autori-cantanti, tra i quali bisogna ricordare Renato Rascel e Aldo Fabrizi; tra i successi di quegli anni ci sono “Chitarra Romana” e “Quanto sei bella Roma” scritte nel 1934 da Cherubini e Di Lazzaro: la seconda ebbe un'interprete d'eccezione in Anna Magnani, invece la prima ebbe la fortuna di varcare l'oceano e diventare un grande successo internazionale. Claudio Villa, dalla fine degli anni quaranta aveva iniziato a conquistare tutto il pubblico italiano: è una forzatura collegare il nome di Villa alla canzone romana, piuttosto che all'intera canzone italiana (era soprannominato il "reuccio" della canzone), di fatto il suo repertorio ha sempre contemplato le composizioni romane e basterebbe la sua interpretazione di "Vecchia Roma" per fare di lui il più grande della storia della canzone romana.

Fondamentale è stato il ruolo di Garinei e Giovannini nella diffusione della canzone romana del secondo dopoguerra, attraverso la commedia musicale: con il Rugantino del 1962, le melodie di Armando Trovajoli come “Roma, nun fa la stupida stasera” e “Ciumachella de Trastevere” fecero raggiungere al binomio tra commedia musicale e canzone romana, un risultato eccezionale, destinato a rimanere nella storia del teatro e dell’intera canzone italiana. Negli anni successivi il teatro fornì alla canzone romana interpreti significativi: dalle scene del Rugantino è iniziata la carriera di Lando Fiorini, proseguita con i successi nel cabaret, che è divenuto uno degli esecutori più conosciuti del repertorio di canzoni classiche romane. Altro eccezionale interprete è Gigi Proietti che si è imposto al pubblico per le sue interpretazioni del repertorio di Petrolini e che ha "reinventato" il repertorio romanesco classico e proposto nuove composizioni: in esse Proietti riesce a passare continuamente dall'ironia all'invettiva e dalla tenerezza al sarcasmo giungendo ad una personalizzazione incredibile di canzoni come "Nina, si voi dormite" e "Barcarolo romano". L'unico cantante donna di prestigio è stata Gabriella Ferri che ha saputo interpretare delle canzoni romane lo spirito satirico e beffardo pur se sempre velato di malinconia: fu lei che fece riscoprire, in duetto con Luisa De Santis un vecchio canto popolare come "La società dei magnaccioni". La riproposizione popolaresca, stile "posteggiatore", della tradizione è invece propria di Alvaro Amici.

https://youtu.be/hoGhd_WOufE

https://youtu.be/JoUa1znUmEo

Celebri i canti, gli stornelli, gli strambotti e i ritornelli usati anche nei film dell’epoca da attrici come Gina Lollobrigida e Sofia Loren che li interpretarono facendoli diventare, nell’epoca del boom economico, attrattiva di un passato da non ricordare e sinonimi di vecchiume, povertà, arretratezza e ignoranza che la società dell’epoca tentava di mettersi alle spalle.

https://youtu.be/c3rSoarJRBQ



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