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Musica Popolare Italiana

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Un’avventura. La mia vita

Su musica popolare italiana Antonio InfantinoMilano? Che avventura! Un percorso di vita e un percorso esperienziale. Avevo già inciso con Grossi, uno dei primi teorici del suono bianco. Pietro Grossi già utilizzava il computer, i primi computer per capire come catalogare i suoni, le diversità. Io con lui avevo approfondito, attraverso varie performance, il senso del suono. Il confronto con la musica elettronica lo avevo portato avanti attraverso Vittorio Germetti nel 1965, con Giuseppe Chiari ho fatto musica concreta, studiando e osservando l’esperienza del gruppo Fluxus. I miei riferimenti? Questi e tanti altri: Bussotti alla Galleria Numero e l’incontro con la musica gestuale e comportamentale, l’immersione nella musica contemporanea tra il ‘66 e il ‘67.

Tutto questo avveniva all’interno delle gallerie d’arte con 20-30 persone. A me stava stretto, stava stretto il pubblico, stava stretto il metodo, stava stretto il punto di vista. Provai a confrontarmi con la satira, con l’ironia creando canzoni inedite e anti consumistiche all’interno del contesto studentesco. Inventavo canzoni a Firenze, sulle scale del Duomo. L’ispirazione veniva dal reale, dal mondo: ciò che era davanti ai miei occhi, alla mensa universitaria, passeggiando per le strade di Firenze. Nel 67 le pubblicò Feltrinelli con l’introduzione di Fernanda Pivano, e con grande sorpresa fui uno dei primi ad esser pagato dall’editore.

Collegato alla bit generation ho partecipato a molti reading, dopo un po’ mi accorsi che la gente si annoiava, e provai a dare altro attraverso una chitarra e una voce: la mia.  Nanni Ricordi, dopo la mia intuizione, mi propose di fare un disco tra il ‘66 e il ‘67 con gli orchestrali della Scala.  Il pezzo Ho la crimera da leone è conosciuto in tutto il mondo. In America è ancora molto cliccato. Un testo che sembra attuale e contemporaneo, rifatto da diversi gruppi esplorando diversi mood musicali: tra il rock il reggae, e molto altro ancora.

Nanni Ricordi, dopo il disco, mi propose se volevo andare a Sanremo, ma non avevo questo interesse, non avevo l’interesse di fare il cantante di professione. Mi mise di fronte alla scelta di andare a Sanremo oppure con Dario Fò. Ho avuto sin da subito una regola: il nomadismo. Sanremo mi avrebbe imprigionato, ingabbiato in uno schema, in un mestiere. Io invece ho bisogno di sfuggire dalla routine. Scelsi di andare con Dario Fò e di iniziare con lui una collaborazione intensa per affrontare la questione delle radici. Lo spazio e il teatro erano itineranti: Piazze, boschi…. Dalle 3 alle 5 ore di Live. Altro che talk show. Noi facevamo informazione e contro informazione. Il reale sempre al centro: gli operai e le fabbriche, gli scioperi, le ferie e le festività, i bisogni. Da Franca Rame ho imparato la cultura del servizio nei confronti del pubblico. Il pubblico viene sempre prima di ogni cosa. E’ una sfida, il pubblico è sempre una sfida.

Da Rosa Balistreri, da Giovanna Marini: da tutte le regioni, gli esponenti più innovativi. Per me è stato un seminario, un modo per imparare tutto: temi e punti di vista.  Una ricchezza incredibile. Tutte cose che uno assorbe e utilizza per interpretare il reale. Dentro la mia e dentro la nostra storia ho cercato un substrato culturale e umano unico.

Kandiskij tra il '23 e il '24 fu un punto fondamentale per l’arte e la danza, fondamentale è stato per la mia formazione. L’esperienza è primitiva, l’arte è primitiva, i segni, i tratti sono tipici dell’umanità, la comunicazione ha una forza quando appartiene a tutti. E noi apparteniamo a tutti!

Antonio Infantino



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