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La Taranta nei versi degli scrittori

La Taranta nei versi degli scrittori

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Quell’invincibile senso di vuoto che spinge i salentini ad affogare i propri dispiaceri nella pizzica, nel mistico morso della Taranta, è ben descritto da Vittorio Bodini in Foglie di tabacco:

Tu non conosci il Sud, le case di calce

da cui uscivamo al sole come numeri

dalla faccia d’un dado.

 

Quando tornai al mio paese nel Sud,

dove ogni cosa, ogni attimo del passato

somiglia a quei terribili polsi dei morti

che ogni volta rispuntano dalle zolle

e stancano le pale eternamente implacati,

compresi allora perché ti dovevo perdere:

qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,

e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.

 

Quando tornai al mio paese nel Sud

Io mi sentivo morire.

 

Ma adesso è la Taranta a parlare all’uomo, impartendogli una leale lezione d’esistenza. Lo fa dalle pagine puntuali di Raffaele Gorgoni in Lettere da una taranta – I ragni e la politica:

Nel mio piccolissimo ho la pretesa di essere divenuta una metafora del rapporto uomo/mondo. Non parlo solo di quel tratto rapinoso che la Storia spesso assume nei confronti della Natura. È banale. Gli umani consumano il suolo, dalle sue viscere all’humus superficiale, l’acqua, l’aria, catturano il sole e il vento e vorrebbero catturare anche il moto ondoso, tutto purché produca energia. Cosa ve ne farete di tutta questa energia è un mistero. […] Per voi la natura è ormai solo una retorica e, se possibile, ancora un altro business. Noi ragni ce ne faremo una ragione. Ora sembra che non vi basti divorare la natura e vi siete dati a una sorta di autofagia. Prendete pezzi della vostra stessa storia e li scaraventate sul mercato. Vendete la vostra identità e, meglio ancora, ne inventate una adatta a essere confezionata e venduta. Siete talmente bravi da vendere anche il rifiuto della mercificazione. […] Tutto deve essere valorizzato. Nulla può sfuggire alla valorizzazione, tutto deve essere messo in rete, farsi merce o almeno prodotto. Che la Notte della Taranta sia un tassello di tutto questo? In questa furia mi sembra che voi umani non abbiate più capacità di ascolto. Ciò che vi circonda è muto o, più probabilmente, siete voi a essere diventati sordi.

Le sofferenze de La tarantata, baciata caldamente sulla fronte da Giuseppe De Dominicis.

Allu nzartu zzeccata nfannisciandu

e cu ll’ecchi te fore stralunata,

russa comu papàparu, spumandu

pesciu te serpe, menza spetturata,

 

mpisa cussì allu nzartu e nae utandu

a nturnu tutta scramignata

e lli dienti nzerrati e poi schidhandu

ca se sente fore te la strada.

 

Stringe lu senu: doppu doi tre ure

comu nna morta a nterra se ba mina,

mmudhata tutta quanta te sudure;

 

e llu scucubbatu sècuta a cantare:

– “O Santu Paulu miu te Galatina,

te priamu cu la razzia ni l’ha ffare!

Galatina, 1961. La taranta. Secondo Salvatore Quasimodo.

«Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l' uomo cammina sui lentischi e sulla creta. Avara è l' acqua a scendere anche dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti. I colori sono bianchi, neri, ruggine. E' terra di veleni animali e vegetali: qui esce nella calura il ragno della follia e dell' assenza, si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno».





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