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Otello Profazio canta la Passione di Gesù: la cultura popolare tra umano e divino

Otello Profazio canta la Passione di Gesù: la cultura popolare tra umano e divino

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Otello Profazio canta la Passione di Gesù: così la cultura popolare intreccia umano e divino. Il cantastorie calabrese tra i più conosciuti ha dedicato anche alla Pasqua versi in musica.

Maria passava di ‘na strada nova/ la porta d’un firraru aperta era/«O caro mâstru chi facìti a ‘st’ura?»/«Staju facendu tri pungenti chiova!
Maria passava per una strada nuova e vide un fabbro intento a forgiare tre chiodi pungenti. È questa una delle immagini che ha ispirato uno dei cantastorie meridionali più conosciuti, il calabrese Otello Profazio, per una di quelle poesie rimaste a lungo nel cassetto dal titolo “Canto della Passione”. Ha atteso, infatti, prima di tessere versi e melodia e di immergersi in quella creazione che prende forma nella sua mente mentre tutto già diventa suono, senza passare dal pentagramma.

«A Natale il divino e l’umano si intrecciano come in un gioco, in un’atmosfera gioiosa, non lo stesso accade a Pasqua. Ritengo Gesù una figura straordinaria. Potrei non credere nella sua divinità ma sono certo della sua grande Umanità», spiega il cantastorie dal 2016 cittadino onorario di Reggio Calabria, ma originario del cosentino. Suo padre capostazione a Rende ma originario di Palizzi come la madre, ha realizzato dopo due anni dalla sua venuta al mondo il desiderio di tornare a Reggio. Così orgogliosamente profeta in patria, Otello Profazio, che reggino dunque è anche se non di nascita, è cresciuto tra i gelsomini e gli agrumi e si ispira a tutto ciò che, condensando divino e umano, è popolare e quindi anche alla Pasqua.
Rintocca, pertanto, quell’orologio della Passione, espressione dell’incontro millenario tra fede e sentimento del popolo e c’è in Otello Profazio un’urgenza di dire in musica, di offrire una visione della vita e del proprio tempo e quindi di denunciare. Un richiamo che asseconda anche nel formulare, sempre in versi, i suoi auguri di “Buone Pasque”.
Cchiù Bôni Paschi a vui, cchiù chi anni e misi, cchiù chi all’Ortu botanico c’è rosi… Cchiù di in Calabria cci sunnu paisi…cchiù di quanti abusivi cci su’ casi!...

La raccolta di versi “L’orologio della Passione”, con la prefazione di Nazareno Fabbretti, giornalista, presbitero e francescano, edito nel 2015 da Città del sole edizioni, è stato seguito qualche anno fa da un disco le cui tracce - “Te deum dei calabresi”, “La Santa Cucuzza”, “Orazione della sera”, “Il liuto del figlio di Dio”, “Atto di dolore”, “Crucifissu”, “La grazia” - conducono lungo un sentiero in cui religioso e popolare si fondono fino a diventare indistinguibili.
«Io non ho la voce. Canto perché sento l’urgenza di dire delle cose, come fosse respirare o fare l’amore. È un fatto primordialeTutto nasce contemporaneamente, parole e musica. Poi l’accordo sostiene ciò che canto», racconta Otello Profazio che definisce la chitarra, che suona da autodidatta, una compagna di viaggio. «L’improvvisazione è la mia dimensione perché rifuggo ogni schema e improvviso anche quello che ho già improvvisato. Nessuna esecuzione è uguale a un’altra. Il sentimento del momento ha sempre una sua voce ed essa non è mai identica ad un’altra», racconta ancora il cantautore folk, primo presidente del Gispe, gruppo di specializzazione dei giornalisti dello spettacolo fondato a Reggio su iniziativa del Sindacato Giornalisti della Calabria nel 2019.

La sua esperienza di cantastorie è in realtà una costante ricerca e la sperimentazione di nuove interpretazioni e rivisitazioni di innumerevoli canti e documenti canori popolari. Un’ispirazione che si nutre della tradizione calabrese e meridionale e delle poesie in lingua siciliana di Ignazio Buttitta.





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